Vivere alla giornata. Accettare tempi diversi da quelli cui sei abituato o che vorresti. E mettere al primo posto il conoscere le persone. Perché solo se c'è la relazione si può poi cominciare un cammino.
E' lo spirito del servizio civile internazionale in Ruanda che sta svolgendo fino a fine 2019 Matteo Gardellin, vicentino, già partecipante all'Anno di Volontariato Sociale con Caritas Vittorio Veneto.
Il caso, o forse qualcos'altro, lo hanno portato a Muhato, diocesi di Nyundo, nord del Ruanda, vicino alla città di Gisenyi, ai confini con il Congo, sul lago Kivu. Lo stesso territorio in cui in passato hanno operato da caschi bianchi Caritas Marco Steffan, di San Pietro di Feletto, e Nicola Pin, di Vittorio Veneto.

(LEGGI LA TESTIMONIANZA DI MATTEO GARDELLIN)


“Non è l'Africa che ti aspetteresti – spiega Gardellin – è tutto molto pulito e ordinato, le colline sono verdi, i ruandesi sono molto formali”.
Ma è anche il luogo in cui il reinserimento sociale delle vedove del genocidio ruandese del 1994 è ancora un problema aperto, e in cui Aids ed Ebola ancora preoccupano.
Il luogo in cui Matteo e il suo collega di servizio civile Gianmarco Giannetta sono stati per i primi 3 mesi senza acqua corrente in casa, e dove è normale rimanere ogni giorno un po' di tempo senza elettricità. Ed altrettanto normale ricevere visite non richieste da parte dei topi.

“Noi in Ruanda siamo di sostegno alle comunità. Se invece provi a importi, le persone si chiudono”. Questo lo stile che ha ispirato il suo servizio nelle parrocchie di Muhato, Gisenyi e Busasamana, dove la Caritas della diocesi di Frosinone Veroli Ferentino (l'ente per cui Gardellin sta operando) porta avanti progetti di corsi di cucito, sostegno scolastico, microcredito.

 

 


Attraverso i dialoghi con la popolazione, mescolando inglese e francese con qualche parola di kinyarwanda, il volontario ha ascoltato storie di difficoltà - “se sei una donna senza figli o marito, per certi ruandesi vali poco”- raccontate da testimoni pronti ad abbracciare quell'italiano che li ascoltava; ha assorbito i consigli di parroci e suore che da tempo operano in Ruanda, ha visto scuole da 70 alunni per classe, che spesso camminano ore nei boschi per arrivarci. Ed ha perfino, per la prima volta nella vita, provato a cucire, per affiancare le donne ruandesi nei corsi Caritas.
“All'inizio è stato difficile – racconta Gardellin- inserirsi in questa realtà in cui l'identità personale sembra esistere poco. Tutto si fa in gruppo, c'è un fortissimo senso della famiglia, nessuno fa una scelta pensando solo a se stesso. Una mentalità che mi ha sia affascinato che messo in difficoltà”.
“Come bianco sei trattato in maniera diversa: appena arrivato in Rwanda, per come mi si rivolgeva la gente, mi sembrava di essere un politico, un'autorità. Ed è imbarazzante vedere che al bar servono prima me, anche se sono arrivato dopo”.
Gli europei non sono gli unici stranieri presenti. “Ci sono tanti belgi, tutti che girano in giacca e cravatta (il Belgio colonizzò il Ruanda); e tanti cinesi, perchè il governo cinese ha un accordo con quello del Ruanda per le infrastrutture... e così nei ristoranti cinesi locali i camerieri sono di colore. Ci sono anche tanti indiani, parte del contingente Onu presente in Ruanda”,

Un'immagine finale, una foto da ricreare nella mente in aggiunta a quelle che corredano questo articolo. “Siamo andati a una messa nella parrocchia di Busasamana. Un'ora di auto in mezzo alla campagna, e quando siamo arrivati la messa per terra, nel cortile di una casa, con un tavolo come altare. E i maiali appena a fianco”.

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