Volontariato in carcere: testimonianza di Iole Vinciguerra

Pianeta carcere

Nel nostro pensare comune effettivamente le carceri rappresentano un altro pianeta.

Rimuoviamo questa realtà, è lontana da noi.

Chi ha sbagliato, ovviamente deve pagare, chi è un pericolo per la società, deve essere allontanato. Non abbiamo né competenze né strumenti per avvicinarci a questo mondo. Se ne occupi lo Stato, che deve o dovrebbe garantire la nostra sicurezza.

Da un punto di vista strettamente umano questo modo di pensare non è così consequenziale come appare, infatti, i detenuti prima o poi escono dal carcere e, se non sono stati aiutati ad intraprendere un percorso di redenzione, tornano a delinquere e dunque a danneggiare la società.

Da un punto di vista cristiano poi è ancora più evidente che colui che ha compiuto un reato, anche il più nefando, è una creatura di Dio e Dio in ogni persona lascia il suo segno positivo.

Bisogna aiutarli a scoprire quel seme buono che c’è in loro, bisogna aiutarli a riconoscere il male fatto, il dolore causato e bisogna accompagnarli a intravedere altre strade da percorrere. E questo non può avvenire se la nostra idea di giustizia è solo sanzionatoria. La giustizia umana non può basarsi sulla logica del raddoppio del male. La giustizia è fare un progetto di bene dinanzi al male. La giustizia deve saper dire ciò che è “altro” dal male che è accaduto.

Il cardinal Martini diceva che la vera pena, per chi ha sbagliato, è il senso di colpa. Una colpa che non si deve tradurre in sterile sofferenza, ma in speranza di rinascita. Questa speranza può maturare solo se è accompagnata e sostenuta dal perdono, prima di tutto il perdono verso se stessi: chi ha commesso la colpa deve riuscire a perdonare se stesso, senza nascondersi dietro alibi, maschere, rabbia, ecc. …

Il perdono è il cammino con cui io riconosco il mio errore, e c’è qualcuno che mi aiuta a riconoscerlo; perdonarmi, significa ritrovare fiducia in me stessoe nella mia capacità diguardare il male che c’è in me, guardare il male che ho fatto, affrontalo, estirpalo e liberare quel seme buono che posseggo, che mi indica altre strade da percorrere, che mi dà la forza di domandare un sincero e vero perdono a chi ho oltraggiato. Il “perdono” è il primo atto del percorso ripartivo.

Non è facile in carcere, nella maggior parte delle carceri italiane, mettere in atto percorsi di giustizia ripartiva. Il volontariato rappresenta una piccolissima goccia in questo processo, proprio perché i volontari e le associazioni che ivi operano, non lo fanno nell’ottica della giustizia retributiva (tanto hai offeso, tanto dolore hai provocato, tanto devi pagare), ma di quella ripartiva. Perché questo avvenga, al di là degli obiettivi prefissati, per prima cosa deve realizzarsi “l’incontro”, l’incontro tra due persone: persona detenuta e volontario. Non a caso parlo di persona, perché l’incontro è positivo solo se diventa relazione e la relazione è rigenerante, solo se avviene tra due individui, che si sentono simili in quanto creature di Dio.

La mia esperienza al Santa Bona è piuttosto recente. Ho incontrato uomini giovani e meno giovani con un grande e manifesto bisogno di parlare e di sentirsi ascoltati, altri invece più lontani e sulla difensiva, che si proteggono mantenendo le distanze, o manipolando, tutti però, nelle loro diversità e peculiarità, mi hanno insegnato qualcosa, mi hanno insegnato che il senso profondo della mia presenza lì non è legata al “fare” ma all’ “essere”: io, creatura povera, fragile e limitata, sono qui per te, perché mi interessi e perché dall’incontro con te ricevo anch’io qualcosa. Mi hanno anche donato qualcosa di molto prezioso: quando ad esempio mi hanno accolto e poi salutato con un abbraccio, mi hanno donato la loro affettività e mi hanno manifestato il loro bisogno di sentirsi abbracciati, di sentirsi degni di amore e accoglienza.

Il Buon Dio non nega la propria fiducia a nessuna creatura e colui che percepisce questa fiducia, che gli viene offerta gratuitamente, è in grado di riconquistarsi l’autostima e dunque di risollevarsi dalla caduta.

Al Santa Bona di Treviso ci sono diversi gruppi di volontariato che operano, pur nella diversità di proposte ed attività, per aiutare i detenuti a prendere coscienza del loro “seme buono”.

C’è chi progetta percorsi di accompagnamento verso l’uscita dal carcere, chi s’impegna nel promuovere lavori manuali, o istruzione e formazione scolastica, chi affronta le problematiche relative alle “dipendenze”, chi si preoccupa dell’ “aiuto alla persona” offrendo percorsi di fede mediante catechesi, liturgia della Parola e liturgia Eucaristica, chi lo fa con colloqui individuali e sostegno alle famiglie, chi si preoccupa di favorire, aiutare e sostenere le relazioni coniugali e genitoriali dei detenuti.

E tutti coloro che prestano questi servizi, come per qualsiasi tipo di servizio offerto, sperimentano che ricevono tanto di più di quello che danno.

Iole Vinciguerra

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