L’eredità della XXIII Settimana Sociale – le conclusioni di Don Andrea Forest

L’eredità della XXIII Settimana Sociale – le conclusioni di Don Andrea Forest

Si è conclusa ieri la XXIII Settimana Sociale dal titolo “La pace sia con tutti voi”. Di seguito riportiamo alcune considerazioni riportate su L’Azione di questa settimana a cura di Don Andrea Forest, direttore della Caritas di Vittorio Veneto e Si è conclusa ieri la XXIII Settimana Sociale dal titolo “La pace sia con tutti voi”. Di seguito riportiamo alcune considerazioni riportate su L’Azione di questa settimana a cura di Don Andrea Forest, direttore della Caritas di Vittorio Veneto e coordinatore del comitato organizzatore delle Settimane sociali diocesane.

“Pace, tra responsabilità, medietà e giustizia”

“Riempire la pace”: è l’intuizione emersa in una classe delle scuole superiori in cui si sono svolti i laboratori preparatori alla XXIII Settimana sociale diocesana. In effetti, “pace” rischia di essere spesso una parola vuota; e perché non rimanga un termine solo retorico, possiamo tentare di “riempirla” con qualche spunto raccolto dai diversi relatori.

Anzitutto la pace è una responsabilità. Non nel senso di un dovere (magari pesante e inattuabile), ma piuttosto come valorizzazione della libertà e delle potenzialità di ciascuno, avendo a cuore il bene di tutti.

Un’altra parola chiave che ha a che fare con la pace è “medietà”, un punto di un equilibrio fra diversi opposti: tra valori e prassi, tra sogni e segni, per non limitarsi ai grandi proclami (ma vuoti di contenuto) o al darsi da fare a tutti i costi (perdendo però di vista la complessità e la direzione verso cui andare). Una medietà che si traduca in capacità di relazione, soprattutto nella forma della mediazione diplomatica, oggi quanto mai necessaria; senza dimenticare, allo stesso tempo, che la pace si costruisce anche “dal basso”, con i piccoli segni concreti che ciascuno può porre.

La pace va inoltre ricercata in quella “medietà” tra escatologia e storia, tra Cielo e terra, perché essa – la pace – non è solo un dono di Dio che fa risultare superfluo ogni impegno nel mondo, né ha una dimensione soltanto orizzontale tale da risultare semplicemente l’esito di uno sforzo umano.

E ancora: la pace è l’esito di una “medietà” nella tensione tra il soggetto e gli altri, dentro la scoperta e la custodia di un “noi”, che tiene insieme le diversità tipiche di ogni alterità (senza tuttavia ridurre l’alterità ad una mera estraneità); un “noi” che non esime dalla dimensione personale delle scelte, ma le pone all’interno di un orizzonte collettivo (ma mai collettivista). È così che la pace assume il nome di “fraternità”.

La pace, poi, cresce dove cresce la cultura, dove circolano informazioni e formazione, dove si alimenta un pensiero critico. La pace cresce dove non si dimenticano le radici da cui si proviene, né i desideri verso cui si desidera progredire in modo consapevole e condiviso. Per questo la pace si nutre della forza della verità e rappresenta una scelta di civiltà, perché aiuta a crescere nella civilizzazione e contrasta ogni imbarbarimento che disumanizza.

La pace – ecco ancora altre parole che la definiscono – fiorisce dove è garantita la giustizia, dove si attuano le forme della democrazia, dove prevale la forza del diritto (e non il diritto della forza), dove continuamente si cerca si superare la disuguaglianza con le forme della non-violenza (e quanto prezioso il cammino maturato nella seconda metà del secolo scorso per affermare il diritto alla “obiezione di coscienza”!).

La pace, inoltre, ha a che fare con la dimensione della fede. Ci veniva ricordato a più riprese in questa Settimana sociale il valore del credere, e delle sue forme istituite che sono le religioni, spesso protagoniste di percorsi di rinnovamento e di apertura per diventare sempre più strumenti di fraternità e di pace. Anche pregare per la pace è importante, come pure adoperarsi perché le coscienze siano formate alla luce dei valori spirituali che custodiscono ciò che è autenticamente umano.

Un’ultima sottolineatura, di forma più che di contenuto: la pace è dinamica, non statica. Rappresenta un processo, una evoluzione, un cammino. Per questo la pace non è mai definitivamente raggiunta una volta per sempre. Ma allo stesso tempo essa non è mai del tutto e definitivamente perduta: può essere sempre cercata e costruita, trasformando il conflitto – in sé fisiologico – da semplice contrapposizione, a occasione di cambiamento condiviso.

Questo, allora, è il compito che raccogliamo dalla XXIII Settimana sociale diocesana: custodire la speranza di una pace che è dono di Dio, ma che prende forma nelle scelte quotidiane (auspicabilmente di molti), nell’orizzonte del possibile. Senza arrendersi: perché è con la perseveranza che si lascia il segno nella realtà“.